Intervista all’attore e regista pugliese che ha incontrato gli studenti universitari dell’ateneo salernitano. L’attore e regista Michele Placido è stato ospite presso l’Università degli Studi di Salerno lo scorso 22 novembre nell’ambito della manifestazione «Filmidea» abituale appuntamento annuale che ogni anno ospita presso il campus di Fisciano importanti personaggi del mondo del cinema per lezioni ed incontri con gli studenti universitari.

Placido, classe 1946, pugliese, ha alle spalle una quasi quarantennale carriera di attore ed ha lavorato con importanti registi come Monicelli, Comencini, Bellocchio, Damiani, i fratelli Taviani, Tornatore.

Egli stesso si dedica alla regia ormai da circa vent’anni. Placido, che negli anni scorsi è stato già ospite degli incontri di cinema firmati «Filmidea» presso l’ateneo di Salerno, è spesso presente sul territorio salernitano anche in veste di attore: recentemente ha recitato proprio all’università nello spettacolo «Todo el Amor» ed è stato poi in Costiera Amalfitana, a Scala, per l’inedito spettacolo d’ispirazione dantesca «Amor, ch’a nullo amato… amar perdona». La manifestazione, giunta all’ottava edizione, è dedicata quest’anno ai centocinquant’anni dell’unità d’Italia ed è organizzata dai docenti universitari Piero Cavallo, Gino Frezza, Pasquale Iaccio, Marco Pistoia e Roberto Vargiu.
Placido, il suo cinema si intreccia spesso con la storia. Com’è questo rapporto tra i suoi film e la storia italiana?
«I miei non sono film storici, non raccontano grandi eventi storici, ma sono spaccati su alcune vicende o periodi della storia italiana, oppure storie di personaggi che si rivelano essere squarci sulla condizione sociale italiana, sulla nostra società. “Pummarò” riguarda gli extracomunitari, l’immigrazione, “Le amiche del cuore”le violenze in famiglia e l’incesto, “Un eroe borghese” la mafia, “Romanzo criminale” la Banda della Magliana e “Il grande sogno” il sessantotto».
Un suo ricordo di Florestano Vancini, grande regista scomparso da poco che la diresse nella seconda serie de “La Piovra”.
«Florestano Vancini appartiene a quel gruppo di registi che possiamo definire i maestri della storia contemporanea italiana. “Bronte” è il primo esempio di cinema ispirato alla cronache nascoste dell’unità d’Italia. E’ un film che mi impressionò moltissimo, cancellò improvvisamente tutta la mia cultura storica raccontando una verità scomodissima per il nostro paese e per la nostra storia: in nome dell’unificazione il sud venne raso al suolo. Era un regista civile, come Damiano Damiani. Era un regista capace di trasmettere un forte sentimento di indignazione, una sua emozione personale sul piano civile. E’ molto importante portare all’attenzione della coscienza e dell’opinione pubblica storie di questo genere».
Un giudizio da esperto: un attore si distingue più per la capacità di interpretare un personaggio, per la capacità di farlo suo, o per la sua capacità di recitare in sé e per sé?
«Dipende dall’attore. Faccio un esempio citando due giovani attori italiani. Elio Germano si concentra molto sul personaggio e si interessa poco di rappresentare la sua immagine. Riccardo Scamarcio invece, soprattutto all’inizio, ha cercato di rappresentare il suo ego, la sua bellezza. Io credo che l’attore non rappresenta mai se stesso, rappresenta sempre un personaggio, qualcosa che gli è estraneo».
Quali sono i suoi progetti futuri?
«Andrò a Parigi a girare un film francese con Daniel Auteuil e Vincent Cassel. Si intitola ºLo spioneº e narra di una rapina in banca. E’ un film su commissione, mi hanno chiamato perché volevano me come regista».
Parliamo del suo ultimo film, ºVallanzascaº, che è uscito a gennaio nelle sale italiane ed è stato presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia suscitando molte polemiche.
«All’inizio questo film avevo deciso di non farlo, poi Kim Rossi Stuart ha insistito e mi ha convinto perché voleva assolutamente questo ruolo. Da giovane Vallanzasca era bello, è questo che colpisce la gente, era bellissimo ma era un assassino, un criminale. Poteva capitargli di rapinare una banca, rubare i soldi e poi buttarli via: era capace di questo. Il suo fascino sta nel fatto che non ha mai pensato alla ricchezza, all’accumulo, ma agiva per il puro gusto di compiere il male. Capisco che i parenti delle vittime si lamentino, ma questo è comunque un pezzo di storia d’Italia, non c’è nulla di male a raccontarlo».
Dunque Vallanzasca è un antieroe, un eroe del male.
«Si. Kim Rossi Stuart mi diceva: voglio interpretare Vallanzasca perché quest’uomo è il male in persona, mi interessa andare fino in fondo per capire ‘perché’ si compie il male. Questa è stata da parte sua una dimostrazione di grande intelligenza e grande sensibilità, poiché a tutti piace rappresentare il meglio di sé, far sfoggio della parte più seducente di sé, ma nessuno vuole rappresentare il peggio che è in lui. Questo ‘peggio’ dentro di noi c’è e se un attore riesce, grazie ad un ruolo, a rappresentare anche il peggio, allora raggiunge il massimo. Non a caso, uno scrittore strepitoso, straordinario, il più grande autore teatrale di tutti i tempi, Shakespeare, raggiunge il massimo proprio con i personaggi negativi. Quando andiamo a teatro a vedere “Otello”, nessuno fa il tifo per Otello, tutte le nostre simpatie vanno sempre a Iago. La trappola che Shakespeare ci tende è incredibile: siamo tutti persone perbene, andiamo a teatro convinti che staremo dalla parte di Otello, ma mentre Iago lo inganna tutti lo deridiamo; quando però vediamo che Otello uccide Desdemona ci rendiamo conto di quello che è successo. Shakespeare ha fatto uccidere Desdemona non solo da Iago, ma da tutti noi».
Lorenzo De Donato